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Archivio del Sacro

Scrivere senza omissioni:

un’intervista con Adult Matters in occasione della sua data vicentina al Refe
Adult Matters

È il pomeriggio di una domenica di fine novembre, quando raggiungo Luigi Bussotti, in arte Adult Matters, al piano interrato del Refettorio Birraio. Una volta scese le scale e salutati i presenti, mi siedo accanto a Juri e ascolto l’ultima parte del soundcheck che, pur nella sua natura frammentaria e funzionale ad uno scopo, illustra le capacità in ballo di lacerare e ricucire.
Quei minuti sono solo un amuse-bouche, ma decido di trattarli come conferma dei poteri taumaturgici di Luigi.

L’anticipazione che provo all’idea di poter ascoltare dal vivo il suo ultimo lavoro è tanta, perché il disco in questione mi si è rivelato come un cofanetto siderale contenente ciò che avrei voluto avere al mio fianco durante la giovinezza. A Modern Witch è infatti portatore di una prospettiva queer profondamente obliqua, forgiata dalla provincia e figlia di quest’ultima.
Sul fronte sonoro, l’album offre un’interpretazione matura e personale dei linguaggi dell’indie rock anni ‘90, che vengono dilatati e fatti brillare dalla presenza inaspettata dei fiati.
L’immaginario è quello di un approdo sicuro al termine di un percorso arduo e rivelatorio.

L’incontro con Luigi mi conferma ciò che mi era parso di scorgere tra le pieghe del suo lavoro, nell'estetica girly e DIY dell’artwork di A Modern Witch - che sa di fanzine, diari scolastici e sorellanza - nelle reference comuni, nel non binarismo di genere.
Prima di iniziare, Luigi mi cita un’intervista che avevo fatto ad Adele Altro tanti anni addietro, all’interno di una rubrica che prevedeva che ogni artista condividesse anche una cover. “Ricordo che aveva fatto “Polar Opposites” dei Modest Mouse”, mi dice, lasciandomi senza parole, dato che credevo che quella perla fosse finita nel dimenticatoio collettivo e mai mi sarei aspettata di sentirla citata al Refe nel tardo 2025.
Tutti questi elementi di prossimità fanno sì che, nel trovarsi per la prima volta, l’impressione condivisa sia quella di una reunion.

Questa intervista è stata condensata e modificata per chiarezza.

Archivio del Sacro: Mentre stavo iniziando a stendere le domande per quest’intervista, ho visto un reel che hai condiviso dove raccontavi il contesto all’interno del quale A Modern Witch ha preso forma.
Parlavi ad esempio di antichi desideri di fuga dalla provincia e del lavoro d'immaginazione che facevi nel vederti altrove, quasi a creare le premesse di un futuro diverso da quello che sembrava prospettarsi.
Restando per ora in questa porzione più remota del passato, ti va di raccontarmi come hai iniziato a scrivere musica e come hai reagito in quella fase ai limiti del contesto in cui ti trovavi?

Luigi: Ho iniziato da piccolo. All’epoca ero veramente molto timido, però avevo una propensione a sfogare questa mia caratteristica con l'esibizionismo. Quindi ai pranzi di famiglia cantavo, perché mi sentivo a disagio nelle situazioni un po' statiche.
Poi ho iniziato a scrivere delle piccole poesie, dei piccoli componimenti, perché le mie zie mi avevano portato alla letteratura, alle band degli anni ‘90. Sono state loro, le sorelle di mio padre, ad indirizzarmi sia al mondo musicale sia al mondo letterario.
Ho iniziato a scrivere delle piccole poesie in italiano, dei pensieri di un ragazzino di undici anni che viveva in un paesino minuscolo e stava iniziando a fare i conti con la sua esistenza queer. In quel periodo percepivo di voler esplorare delle cose, però non sapevo da dove iniziare. Quindi c’è stato quasi un blocco emotivo, anche se poi in realtà facevo un sacco di ricerca da solo a casa e ascoltavo un sacco di cantautrici. Questo non tanto per una scelta di ribellione, ma proprio perché in quei lavori sentivo una maggiore affinità emotiva.
Ci tengo a dirlo in maniera esplicita. Amo Elliott Smith, Nick Drake e indubbiamente mi hanno formato, ma non tanto quanto Fiona Apple, Tori Amos, PJ Harvey, le Sleater-Kinney. Da piccolo mi sono rinchiuso in quei dischi e sono cresciuto con una passione per le ragazze che suonano e che scrivono.
Rispetto alla scrittura, mi rifaccio tanto alle poete del Novecento, come Antonia Pozzi.
Tutte queste autrici sono entrate nella mia musica e mi hanno salvato un po’ la vita, a dire il vero, perché nei loro lavori mi sono sentito compreso. Anche se vivevano in altri contesti, me le sentivo vicinissime.

Adult Matters - A Modern Witch

A: Con A Modern Witch hai deciso di darti il permesso di scrivere senza omissioni, da una prospettiva più vicina al tuo vissuto.
Ascoltando il disco mi è parso molto chiaro come questa sorta di processo di spoliazione, questo tuo renderti visibile in maniera a tratti quasi chirurgica, sia uno dei pilastri su cui si regge l’album.
Pensando anche alla progressione dei brani, durante l’ascolto ho avuto l’impressione di poterti vedere dapprima in una metaforica cameretta dell’adolescenza, con tutto il bagaglio che questo spazio può portarsi dietro, e poi nell’adultità, nel mondo, e con una inedita capacità di guardare con compassione e affetto la persona che sei stato.
Mi sembra un esempio molto luminoso di come il farsi vulnerabili possa diventare una splendida arma, una forza interiore, chiaramente quando si ha la possibilità di farlo secondo le proprie regole e non quelle altrui.
Ti chiedo quindi se mi puoi raccontare come hai approcciato la scrittura di quest’ultimo lavoro; se questa dimensione legata al mostrarsi era parte delle tue intenzioni iniziali.

L: Con A Modern Witch ho riconosciuto di essere stanco di pormi dei limiti nella scrittura. Percepivo il fatto di non aver mai parlato nelle mie canzoni della mia identità non binaria, oppure del genere delle persone che frequentavo. Non avevo mai usato pronomi maschili; mi rivolgevo in maniera generica a qualcuno.
Questa volta ho deciso di voler scrivere proprio come faccio nelle bozze del telefono, senza porre un filtro, trattando il disco come se fosse lo specchio di due anni di vita.
Ci sono brani che sono la fotografia di momenti specifici, di alcune relazioni. C’è “Eating Disorder”, che parla del disturbo alimentare con cui vivo ormai da quindici anni, e “Cosmic Mysteries”, l’ultimo brano che ho scritto per il disco, perché sembrava proprio che mancasse un passaggio in cui mi rivolgevo al me stesso di quando ero piccolo.
Ci tenevo a dirgli: “Il mondo ti sembrava così spaventoso perché la maggior parte delle persone che vedevi non erano come te e pensavi non potessero capirti, ma in realtà poi hai trovato un sacco di amici, amiche, persone simili a te con le quali puoi parlare liberamente di quello che provi.”

A: Come pensi che il lavoro di scrittura che hai fatto su questo disco abbia arricchito la tua “cassetta degli attrezzi” come autore?

L: Devo dire che se ascolto questo album e poi ascolto i lavori vecchi, c'è una differenza abissale a livello di scrittura, anche sul fronte dell’utilizzo del linguaggio. Ho cercato di lavorare sull’inclusione di alcuni termini che magari solitamente nelle canzoni non si usano, facendo un esperimento di non sottrazione.
Ora che sto scrivendo dei pezzi nuovi, sto cercando di trovare una via di mezzo. Non voglio che i pezzi siano prolissi e al contempo sto cercando di trovare un linguaggio più metaforico, perché mi sono reso conto che parlo poco per metafore. Sono molto diretto, come ambivo a fare, ma si può essere diretti anche attraverso una scrittura più sottile, così che il messaggio arrivi in maniera più universale.

A: Il disco è ormai nel mondo da diversi mesi e hai avuto modo di portarlo in tour sia in Italia sia all’estero. Ti va di raccontarmi come è stata quest’esperienza, soprattutto rispetto al tuo aver passato ormai tanto tempo con questi brani, rivisitandoli sera dopo sera?

L: Ho suonato tantissimo per un anno intero, però devo dire che nel ciclo di quest’album ogni concerto mi sembra un po’ il primo. Di solito le canzoni dopo un po’ ti vengono a noia, però in questo caso è successa una cosa bellissima e nel corso del tempo sono intervenute tante persone diverse ad aiutarmi a portare l’album in tour. Le canzoni hanno così sempre un abito nuovo.
Poi mi piace il fatto di condividere i viaggi con persone a cui voglio molto bene, creare legami con persone nuove, vedere posti nuovi. Mi sento in un momento favorevole, di apertura, e secondo me le canzoni poi questa apertura e questa energia la seguono.
Sono felice di essere presente nello spazio indie rock nella mia queerness, perché se avessi avuto una persona come me alla quale fare riferimento quando ero piccolo, avrei sicuramente avuto meno paura a intraprendere questo percorso. Tante volte le persone queer vengono inquadrate in alcuni specifici generi musicali; a volte sembra quasi che finiscano per appiattirsi da sole. Per me la queerness non è una posa, ma è quello che vivo tutti giorni. Vorrei sentire più brani che parlano anche della misoginia degli uomini queer, ad esempio. Di queste cose non se ne parla mai.

A: A proposito di concerti, qualche tempo fa ho visto su Instagram che sei andato a Parigi per sentire Blondshell e questa cosa mi ha ricordato quando anch’io qualche anno fa sono stata “in pellegrinaggio” a Parigi per sentire le Sleater-Kinney. Al di là del luogo e dell’atto di andare all’estero e fare un sacco di strada per un concerto, pensavo a Blondshell e alle Sleater-Kinney come grandi performer delle rispettive generazioni, quindi artiste che lavorano molto anche sul costruire un’esperienza intensa per il loro pubblico dal vivo.
Mi chiedevo quindi, dalla tua prospettiva di musicista che è anche spesso on the road, come ti vivi i concerti altrui? Li tratti anche come “lezioni” dalle quali cogliere qualcosa di utile nel tuo repertorio?

Il concerto di Blondshell è stato stupendo. Lei è una dea per me. Dal vivo è incredibile a livello vocale e non c'è un momento in cui lei è in down. I suoi testi sono così crudi, però lei mantiene una sorta di distacco con il pubblico che quella sera mi ha incuriosito e un po’ ammaliato.
Vedendola ti accorgi proprio che lei è “nel suo”. Secondo me questa è la cosa che ti permette di goderti appieno quello che dici quando canti. Poi c’è il fatto che lei suona con la band, con le sue amiche, che secondo me è una cosa che parla da sola. Poi, sì, in generale vado sempre a vedere la musica dal vivo, soprattutto a Roma, al Fanfulla, al Trenta Formiche, che sono dei posti del cuore, super safe, che ti permettono di vedere concerti ad un prezzo accessibile.
Devo dire che a me piace molto rubare con gli occhi, vedendo come gli altri comunicano una data cosa. Voglio sempre mettermi in discussione a livello artistico, perché parto dal presupposto che nulla di quello che faccio è perfetto. Mi piace proprio osservare come lavorano gli altri.

Adult Matters

A: Ho letto che la registrazione di A Modern Witch è stata un’esperienza particolarmente positiva anche grazie al fatto di aver potuto raccogliere intorno a te delle persone che stimi molto a livello professionale e umano. Mi puoi raccontare qualcosa di più su come è andata in studio e cosa ti è rimasto di più di questa esperienza?

L: Inizialmente ho lavorato con Anton Sconosciuto e Cecilia Pellegrini, che è una mia amica che ha suonato il basso e il piano nel disco. Poi un po’ per volta sono intervenute altre persone. C'è Adele Altro che suona il sax in “Superman”. C'è Beatrice Miniaci che suona il flauto e anche un nostro amico che suona il clarinetto. Abbiamo cercato di inserire degli strumenti che non sono propriamente dell’ambito rock.
All'inizio volevo fare un disco molto più sparato con chitarra, basso e batteria. Però poi ho ragionato un po' con queste persone e insieme abbiamo trovato una soluzione diversa che veicolasse lo stesso impatto emotivo che avevo immaginato in precedenza con un assetto più classico. In realtà alla fine ho realizzato che era la voce a trainare e mi sono fidato dei suggerimenti che ho ricevuto.
Se riascolto il disco, sono tutt’ora fiero del lavoro che ho fatto. In studio ci siamo divertiti un sacco. Eravamo a Ceprano da Filippo Passamonti, da VDSS Recording Studio. Abbiamo registrato in tre giorni. Ci sono state tante pre-produzioni, che sono durate due anni. E poi in tre giorni avevamo tutto. Anche l’aspetto dell’art direction è stato molto bello. Se ne è occupata Simona Catalani, Simmcat. A conti fatti, sento di aver incluso tutte le persone che amo di più in questo album ed è stato tutto super naturale.

A: Quali sono i tuoi progetti futuri? Cosa ti aspetta nel 2026?

Sicuramente ci sarà un’altra piccola uscita che chiuderà il cerchio di A Modern Witch. E poi altre date. Vorrei suonare per almeno un altro anno intero e stiamo lavorando affinchè succeda.

Foto di Simona Catalani