Manca una settimana esatta all’uscita di The Use, il secondo e nuovo album di Nic T, quando parcheggio nei paraggi di casa sua e prendo nota del paesaggio. Entro i confini della zona Pomari siamo innegabilmente alla cuspide tra autunno e inverno. La pioggia fine è tagliente sul volto e sulle mani. Le chiome dei tanti alberi decidui che abbracciano e punteggiano il quartiere sono per lo più spoglie, mentre le poche eccezioni ancora fogliate hanno perso la vividezza cromatica delle prime settimane fredde, in favore di sfumature del giallo e del rosso che, seppur pittoresche, fanno pensare alla decomposizione che verrà.
Nic T, al secolo Nicola Traversa, vive in un condominio color novembre al quale si accede attraversando una zona pedonale. Lungo la breve tratta che mi conduce alla porta, lo specifico avvicendarsi di cemento e vegetazione gioca uno scherzo ai miei sensi, dandomi l’impressione di aver varcato una soglia invisibile e di non essere più, tutto d’un tratto, su suolo vicentino, ma molto più a nord. Il garage che Nicola ha convertito in studio di registrazione si trova poco al di sotto del livello della strada. Dietro la porta basculante e una parete posticcia ammorbidita da materiali fonoassorbenti, si erge il bozzolo dal quale è emerso il suo nuovo album.
Tante delle canzoni che compongono The Use mi erano familiari ancor prima dell’ascolto nella loro veste destinata agli impianti hi-fi, agli auricolari e agli altoparlanti dei telefoni. Abitare la scena vicentina ha delle specifiche implicazioni e una di esse è che finirai per vedere Nic T non di rado, ma spesso, e avrai quindi la possibilità di sentirlo trattare il proprio lavoro edito e inedito come materia plastica e situazionale, quasi a farti mettere in discussione il primato della versione “finale” del brano su disco sulla sommatoria di tutte le iterazioni effimere delle quali sei stata testimone.
Nel mio caso, ho ascoltato Nicola per la prima volta a pochi passi dall’involucro vuoto di Radio Varsavia, un negozio di dischi che frequentavamo entrambi durante la giovinezza e dove siamo stati investiti della conoscenza di album poi rivelatisi cruciali, in quella maniera tipica del lavoro scoperto in adolescenza che poi finisce per plasmarti e restare con te come una scheggia antica mai rigettata dal corpo. Al termine del concerto, non avendo ancora la confidenza per articolare una frase di apprezzamento composta da più subordinate, ho sintetizzato tutto ciò che andava detto mettendomi la mano sinistra sul cuore. Da allora ho visto Nic nei luoghi più disparati, da un bosco ad un auditorium, sotto terra, nell’epicentro di Vicenza e fuori regione, passando per il garage di casa mia che, come è tipico del Veneto operoso e che sa arrangiarsi, ho convertito a mia volta in studio e laboratorio.
Nella scena del vicentino, che in questa fase storica è innegabilmente florida, Nicola è prezzemolo e ingranaggio, non solo come musicista, ma anche come “un terzo” dell’etichetta Refe Records insieme a Mauro Padoan e Juri Clavello. Nell’humus locale, popolato da progetti che hanno sfondato a forza il muro della provincia, quali Delicatoni, Lamante e Tare, per fare i nomi più noti, Nic T funge da local hero la cui preziosità è palese agli iniziati e che, nel sentire comune, si sta rivelando o si rivelerà presto anche ai foresti.

The Use segue The Saint a distanza di poco meno di due anni. In linea con il suo predecessore, questo nuovo lavoro esplode con successo i vincoli apparenti del formato canzone, ma nel farlo ci mostra un orizzonte di possibilità più vasto di quello illustrato in precedenza. Esso è un belvedere sulle diverse forme di scrittura di cui Nicola è capace, le quali gli permettono di tenere insieme con agio, nel contesto del disco, regni e registri in apparenza molto distanti l’uno dall’altro. Da un lato, delicate vignette in cui il dettaglio si fa sineddoche e il mondo naturale è presenza concreta più che metafora, come nella produzione più recente di Mount Eerie. Dall’altro, una costellazione di momenti e cesellature tra psych folk e riflessi della scena di Canterbury, con inserti che fanno pensare ad una chanson de geste passata attraverso i processi di distruzione e ricomposizione della tecnica del cut up, i quali rivelano in maniera sottile e mai esplicita delle fondamenta costruite praticando sentieri metal. A fronte di questo traguardo di scrittura, The Use ha però un pregio ancor più grande: esso suona a tratti come un’opera senza tempo e figlia del tempo, emersa dai meandri della memoria e dei legami di sangue di chi la ascolta, quasi si trattasse del risultato di un processo di scrittura e trasmissione collettiva.
Prendo l’ascensore e in pochi istanti sono al quarto piano, con la mia lista di domande e un filo di nervosismo, perché l’ultima volta che ho intervistato qualcuno è stato otto anni fa. Come ero solita fare un tempo, ho preparato quesiti aperti, con la speranza che, nella vastità dello spazio a disposizione, emergano dettagli interessanti. È così che finiamo a parlare, tra le altre cose, di una specifica serata ad un open mic londinese, del comico americano Andy Kaufman e di avvistamenti di gazze e volpi.
Questa intervista è stata condensata e modificata per chiarezza.
Archivio del Sacro: Partiamo dall’inizio. Raccontami come ti sei affacciato al mondo della musica e come si è consolidata in te l’idea di poter diventare musicista.
Nic T: Mio padre suona e quindi la musica l’ho avuta in casa da quando sono nato. Scrivere e cantare canzoni è una cosa che ho visto fare e che per me è sempre stata normale, anziché qualcosa che può suscitare imbarazzo o di cui intimidirsi. Inizialmente è stato mio padre che ha provato a insegnarmi a suonare la chitarra, però in quella fase non volevo, mi annoiavo. È stato dopo, quando ho visto i miei compagni di classe suonare alle elementari che mi sono detto di voler imparare anch’io. Poi l’idea di poter diventare musicista è emersa con la passione che intanto mi era venuta imparando a suonare, ma penso che il fattore determinante sia stato la risonanza che ho avuto da subito, il fatto di suonare davanti a qualcuno e ricevere riscontri positivi.
A: Ascoltando i tuoi lavori pre e post Londra risulta molto chiaro come la tua esperienza inglese abbia dato un importante apporto al tuo linguaggio musicale…
N: Sono andato a Londra per cercare di sbloccarmi rispetto ad alcuni limiti che sentivo di avere, come il non essere in grado di accettare quello che facevo o il fatto che quello che facevo non mi piaceva quanto la musica che ascoltavo. Ci sono stati anni prima di Londra e anche un po' durante Londra durante i quali mi sono dedicato ad un ascolto molto analitico, di ricerca più che di intrattenimento, con l’idea di individuare cosa mi piace nella musica altrui che voglio poi riportare nella mia. È stata una fase chiave, perché precedentemente mi sono sempre limitato ad assomigliare a band e artisti che avevo come riferimento. Quando poi l’attaccamento all’artista svaniva, di conseguenza anche il valore che attribuivo a quello che avevo fatto veniva meno, perché mi rendevo conto che si trattava solo di un surrogato di quello che mi piaceva. Dopo diversi di questi cicli, da quando avevo quattordici anni ai ventisette, mi sono guardato indietro e mi sono chiesto: “Sì, ma la mia voce qual è?” Nel trovare le risposte che cercavo, durante il periodo a Londra, ho fatto pace con me stesso e ho capito che fin dal principio certe cose che ricercavo erano già presenti nella mia attitudine allo scrivere e pensare la musica, nel mio mostrarmi e nel mostrare. Quindi a Londra ho imparato questa cosa fondamentale, che tutti dicono, ma che è molto più facile a dirsi che a farsi, ovvero di fare quello che piace a te. Ho iniziato a svincolarmi dal perfezionismo e, nei riscontri che ricevevo, a trovare una gioia e un apprezzamento che avevo provato anch’io nel ascolto di quegli artisti più a margini che lavorano più sull’immortalare un’idea che su ambizioni di produzione.
A: Immagino che arrivare a queste realizzazioni sia stato legato proprio al fatto di inserirti in una scena nuova. Ci sono state specifiche persone o situazioni che sono state per te fonte di arricchimento a livello artistico o anche solo personale?
N: Sì, una in particolare. Un giorno sono andato ad un open mic e lì, essendo arrivato in anticipo, ho attaccato bottone ad un ragazzo un po’ timido, più giovane e gli ho chiesto dei suoi ascolti, di cosa suonava. Le risposte che mi ha dato mi hanno fatto pensare, ingenuamente, che fosse alle prime armi. Mi ha anche detto che aveva iniziato a suonare e scrivere canzoni con la chitarra solo da un anno, perché prima il suo strumento era l’ukulele. Mi ha fatto tenerezza e quindi ho deciso di aspettare fino al suo turno, che era verso la fine, per supportarlo. Insomma… mi piacerebbe farti sentire la canzone che ha suonato…
A: Sì sì, va bene.
N: [fa partire il brano “the Woman from Mabase” di Midnight Cat Meeting, ndr] Quindi questo ragazzo timido inizia a suonare questa canzone…
[ascoltiamo buona parte del brano, ndr]
A: [ride] Sembra una persona che scrive canzoni da vent'anni.
N: Questo mi ha colpito; è stata praticamente una sberla. Quindi mi sono detto: cazzo, sono un idiota, questo qua è di dieci anni più piccolo di me, suona la chitarra da un anno e sta facendo quello che sto provando a fare da un sacco di tempo. E quindi da lì ho semplicemente riconosciuto che tutta la ricerca che avevo fatto ce l’avevo nel mio bagaglio, ma poi mi sono sentito libero di iniziare a scrivere canzoni in un altro modo. Se ho voglia di sfogarmi con la tecnica, con le diteggiature articolate che fanno suonare la chitarra come un arpeggiatore, lo faccio, perché no? Però poi voglio cantarci sopra con rilassatezza. Ho trovato questo compromesso nella conversazione che avviene tra chitarra e voce. Volevo che non fosse solamente una chitarra che appoggia e la voce che ci canta sopra, ma che ci fosse un dialogo. Volevo sentirmi una figura solida nella mia singolarità con chitarra e voce, smarcandomi dall’idea di essere qualcosa che accomoda.
A: Le considerazioni che fai mi fanno pensare che questa fase londinese abbia portato con sé anche una reazione alla tua esperienza conservatoriale. Ti va di parlarmene?
N: Sì, decisamente c’è stata una reazione, quasi al punto di voler rinnegare. Al conservatorio sono stati anni di grande frustrazione, ma anche di grande fortuna rispetto alla possibilità di potermi dedicare solamente allo studio della musica. Allo stesso tempo, quella formazione ha innescato in me dei blocchi, a fronte della mia incapacità di essere metodico, ligio, ordinato, costante come altri, quando il termine di paragone era chi studiava dodici ore al giorno, chi sapeva cinquantamila brani a memoria. Inoltre l’ambiente jazz richiede che tu sia prorompente, se vuoi suonare; devi essere estroverso e sicuro di te. Io sono sempre stato abituato ad avere la mia band, a provare con calma. In ambito jazz era normale dire: “Facciamo un concerto domani, vieni, imparati questi standard, dovresti già saperli a memoria.” Erano dinamiche nelle quali non riuscivo a sentirmi a mio agio e di conseguenza a fare concerti. In quegli anni studiavo sempre per sentirmi all’altezza, ma in parallelo avevo avviato Di Oach per prendere più alla leggera la musica, anche se poi ho provato a infondere anche in quel progetto quello che stavo apprendendo studiando il jazz. Alla fine mi sono trascinato fuori dal conservatorio con una tesi su Elliott Smith, perché ad un certo punto ho cominciato a capire che il jazz non faceva per me e che la mia strada era la canzone, ma con l’ambizione di arrivare a qualcosa di articolato.
A: L’ultima volta che ti ho sentito suonare, rivolgendoti al pubblico, hai detto di aver scelto da poco il titolo del disco, e di conseguenza, di aver trovato una sorta di contenitore concettuale per le canzoni pressoché ad opera terminata. Quando hai iniziato la stesura dell’album, come hai approcciato le prime fasi della scrittura?
N: In realtà la scrittura di questo disco è avvenuta nel corso di diversi anni. Alcune delle canzoni le ho scritte prima di altre che fanno parte di The Saint, quando ero ancora a Londra. La coesione per me è data dal fatto che le ho registrate tutte quante in fila quest’estate, nello stesso posto, nello stesso garage, con la stessa strumentazione. Sono entrato in periodo di focus e ogni weekend ero giù a registrare, mixare, scrivere.
A: Qualche giorno fa ho visto che hai scritto su Instagram che “la gazza è l'animale del disco”…
N: Nel disco la gazza compare inizialmente su “Soon”, che per un po’ pensavo sarebbe stata la title track. Lì c'è la malinconia dell'autunno, delle giornate che si accorciano, dell'inverno che sta arrivando e un dialogo con una persona che è giù di morale. Nella canzone io provo a tirarla su dando fuoco a delle banconote per farla ridere e, nel frattempo, la gazza la guarda dal terrazzo, la vede piangere. C’era una scena molto complessa che avevo in mente a partire da questa situazione, che è stata la bozza della copertina del disco, fino a che non ho semplificato tutto. Ho iniziato a riconoscere di avere degli animali guida nel mio percorso prima di partire per Londra, quando ho sognato la volpe e poi l’ho vista. Nei sogni la volpe mi mordeva e io la ammaestravo. Poi ho smesso di sognarla e la vedevo in giro per Londra e ogni volta mi soffermavo. Mi rendo conto che non è niente di magico, ma è una specie di consapevolezza, di fede. Questo simbolismo che attribuisco agli animali è una componente un po’ fantastica che mi piace avere nelle mie giornate. Quindi le gazze sono soggetti, abitanti del disco, mentre sulla copertina la fiammella è quasi un’icona religiosa, una fede in qualcosa. La gazza è un animale furbo, intelligente, attratto dalle cose che luccicano, quindi mi è piaciuto pensare di rappresentare queste due gazze che guardano questa cosa magica che sta avvenendo, questa fiammella a mezz’aria.
A: Il disco è punteggiato da riferimenti al paesaggio, agli astri e in generale al mondo naturale, oltre che alla presenza umana e al suo potere potenzialmente distruttivo. Fai anche degli espliciti riferimenti alle Seven Sisters e a due zone dell’area metropolitana di Londra, situando così una manciata di scene dell’album in punti che possono essere indicati su di una mappa. Per quanto riguarda invece il territorio dove vivi attualmente, non vi sono menzioni esplicite. Ti chiedo quindi se Vicenza e dintorni compaiono in “forma anonima” o se queste zone hanno semplicemente pesato di meno nella costruzione dell’immaginario del disco.
N: Non ci avevo mai riflettuto, ma così su due piedi mi viene da pensare che le canzoni in cui sono presenti i nomi di località specifiche sono quelle del periodo in cui ero ancora dentro la lingua inglese, nel senso della lingua parlata. Quando sono tornato, l’inglese è a sua volta tornato ad essere qualcosa di un po' più poetico, meno discorsivo, meno legato alla conversazione.
A: Restando sul tema dei linguaggi, una delle impressioni che mi sono fatta ascoltando il disco è esso contenga principalmente due registri, che potremmo chiamare il registro della vita quotidiana e il registro “dei fratelli Grimm”, per lo meno a livello di immaginario. Ricordi come sei finito a gravitare intorno a questo secondo tipo di scrittura e come l’hai fatta tua?
N: Il momento in cui scrivo il testo è quello in cui mi sento più rilassato rispetto al sollecitare la creatività, perché con la musica ho acquisito controllo e so quasi dove andare prima di arrivarci. Rispetto ai testi, mi piace incastrare specifiche parole dentro le note che ho già scritto, quasi a darmi dei limiti. E le parole le scelgo sapendo già come andranno cantate, quindi la cosa si riconduce molto ai suoni delle parole più che al simbolismo o al significato. Certo, il simbolismo può evocare un immaginario nelle persone. Le stelle, gli alberi, la casa, il cielo, la finestra… sono più aperte all’interpretazione della specificità di una location, come si diceva prima La direzione “fratelli Grimm” la prendo quando vedo delle connessioni, le riconosco e le accolgo. “Lord Mary” è un esempio chiarissimo: un testo che fluisce a partire dai suoni delle parole, ma durante il processo di scrittura è emersa una storia che ho capito e riconosciuto solo dopo come tale.
A: La natura complessa delle tue canzoni fa spesso pensare ad un ampio ventaglio di reference musicali, indubbiamente presenti, ma mi incuriosisce sapere se ci sono stati altri tipi di media che ti hanno accompagnato in qualche modo dal concepimento alla stesura e alla registrazione del disco e se me ne puoi parlare.
N: Sì, certo. Una cosa che mi ha ispirato molto negli ultimi anni è la comicità, come quella di Andy Kaufman. Mi piace fare in modo che nella musica avvenga qualcosa che sembra un errore, ma che in realtà si risolve in qualcos’altro, come un trick di magia, un’illusione. Sono molto attratto dall’osservare a livello tecnico le capacità di un comico, nel tempismo, le espressioni, nell’essere sottile nel trasmettere un determinato tipo di sensazione. A livello di film, il genere del folk horror, The Witch, The Northman. E poi il fumetto. Provare a fare fumetti mi ha aiutato tanto nel modus operandi. Ho imparato che il fumetto ha diversi layer. Quando li vedi, alla fine, sono disegnati perfettamente, puliti, bellissimi, ma sono frutto di più strati di disegno, a volte a più mani. Si parte disegnando con la matita senza pensare ai dettagli e alla fine togli quello che c’è sotto. Questo approccio è trasportabile nella scrittura di una canzone, nel trovare un modo per accogliere tutte le idee, metterle su un piano, guardarle dall'alto e poi ricalcarci sopra.
A: Parlando ora del processo di registrazione, per The Saint hai scritto e registrato ciascun brano, di volta in volta, nell’arco di una sola giornata. Ti va di raccontarmi come ti sei trovato invece a procedere per il nuovo lavoro, sia in termini di somiglianze che di differenze con la stesura e la registrazione del precedente?
N: Sì, per The Saint ho registrato ogni canzone mano a mano che la scrivevo, anche sperimentando di volta in volta qualcosa di diverso, facendo degli esercizi tecnici a livello di microfonamenti, ecc. Quest’ultimo lavoro è stato accompagnato da più chiarezza rispetto a dove volessi andare e cosa potessi ottenere con i mezzi che avevo. Il modus operandi è stato più metodico e ripetitivo. Avevo un po’ paura che questa fosse una pecca, ma in realtà a mio parere tutto suona con coesione. Rispetto all’altro disco, qui ho usato anche registratori a cassette e quindi ho fatto un po’ un ibrido con le registrazioni digitali. Registravo chitarra e voce principale su cassetta per poi trasportare tutto in digitale e aggiungere tutti gli arrangiamenti direttamente in digitale. Alla fine la voce e la chitarra, che sono le due cose che dovrebbero uscire in modo più chiaro e frontale, essendo quelle su nastro, qui suonano un po’ più indietro rispetto agli arrangiamenti laterali del disco, che sono più brillanti e nitidi. Però alla fine sono soddisfatto di come suona il tutto. Stavolta ho anche provato a coinvolgere i miei bandmates [Nicolò Masetto, Luca Sguera e Ed Bernez, ndr], ma alla fine abbiamo fatto solamente un brano, perché in studio mi piace lavorare con la mia testa, con i miei processi, ma principalmente per non dover verbalizzare quello che accade.
A: Come ti ho già detto in passato, un aspetto che mi colpisce molto del tuo lavoro, è il modo in cui le tue canzoni tendono ad assumere nuove vesti ogni volta che le suoni e come questa pratica dia l’idea di una produzione “viva” e di un work in progress perpetuo. Alla luce di tutto questo come funziona per te il “fissaggio” delle canzoni su disco e il fare giustizia al processo sotteso ad ogni brano?
N: L'idea è quella di far sempre riferimento ad un codice per scrivere una canzone, ovvero il fatto che essa è formata da melodie, motivi, temi… Quando scrivo gli arrangiamenti uso un programma molto vecchio, Guitar Pro 5, che è pensato per chitarristi e funziona con le tab. Tutte le linee, tutte le melodie, sia quelle principali sia secondarie, le tiro fuori con la chitarra. Quello che facevo in studio era scegliere quali strumenti avrebbero suonato le melodie secondarie. Quindi lo scheletro della canzone è quello che voglio riportare con la band live, però gli strumenti di volta in volta vengono scelti. Poi ci sono le voci che cantano le melodie e gli strumenti che doppiano la voce, nel senso che ogni cosa cantata ha il supporto di uno strumento. In studio ho accettato quello che mi veniva da registrare senza perdermi troppo nei tecnicismi, perché altrimenti sarebbe stato un lavoro infinito.
A: Per chiudere, vorrei tornare a parlare dell’essere musicista o un artista in generale, nel senso di sentirsi tale e occupare questo ruolo anche all’interno di una comunità. Nella mia percezione ed esperienza, il lavoro artistico non è dissimile da una sorta di vocazione, nel senso che richiede una profonda e pressoché perpetua opera di coltivazione dei propri linguaggi espressivi, oltre che di grande attenzione alla propria interiorità. Questo livello di dedizione ad un progetto del genere, salvo rare eccezioni, ti pone per forza di cose al di fuori dalla logica capitalistica, perché l’arte è spesso vista come ambito improduttivo e per tante persone richiede dei tempi che non si conciliano con il lavoro salariato. Nella tua vita, come vivi questa costrizione, ad esempio il fatto di dover tenere insieme un lavoro più convenzionale e la musica?
N: Queste cose hanno iniziato a convivere nella mia vita nel momento in cui ho capito che questo dualismo è la cosa più sana per me, rispetto al non dover sentire la pressione, al non dover far dipendere tutto dalla musica. L’esperienza a Londra ha giocato un ruolo focale in questa realizzazione. Lì il fatto di poter essere artista è molto normalizzato. Questa cosa è vista come una parte della tua identità e non il tutto. In Italia, ovunque io vada, quando ciò che faccio viene fuori, tende a diventare il focus e quasi un sinonimo di stranezza. Ora mi dà serenità sapere che dentro di me ho questa capacità e che, finché faccio concerti e dischi, posso avere una valvola di sfogo e una risonanza negli altri. Nelle giornate di frustrazione mi tengo a mente questo. Vorrei avere più tempo da dedicare alla musica, ma va bene anche così, perché in passato ho già avuto modo di provare a dedicarmi solo ad essa ed è stato opprimente.
A: Quando osservo la nostra scena, così come tanti altri esempi simili presenti e passati, una cosa che mi colpisce sempre molto è il fatto che separare la musica che viene prodotta al suo interno dalla dimensione collettiva e comunitaria possa risultare un’operazione molto forzata. Come quando si pone l’enfasi sul “genio” individuale, trascurando del tutto il contesto d’origine. Penso ad esempio ai tanti ruoli che una singola persona può assumere (tipo chi come te suona e fa anche il fonico o fa le grafiche per le locandine dei concerti ecc), ma anche chi si pone semplicemente a supporto, a livello materiale e organizzativo, anche senza suonare. Rispetto a questa riflessione, a chi va la tua gratitudine, ora che The Use è completo e sta per “uscire nel mondo”?
N: Va sicuramente a tutti quelli che a Vicenza organizzano cose o partecipano anche solo andandole a vedere, così come tutte le persone in giro per l’Italia che mi hanno chiamato a suonare e mi hanno ringraziato per la musica che faccio. Sono grato al senso di libertà che ho trovato entrando in contatto con queste persone. Il fatto di poter fare concerti in casa, organizzare i tour attraverso la rete di contatti che è venuta a crearsi, ospitare gli artisti che vogliamo sentire nella nostra città. Ci si influenza positivamente a vicenda, fuori dalla logica capitalistica di cui si parlava prima, riscoprendo la dimensione umana dello scambio, del supporto, della generosità. Un dare e avere con gioia.
